Rami e salvagente, si naviga e si sbircia e ho trovato quanto segue:
VUOI ESSERE UNO DEGLI AUTORI DELLA PROSSIMA ANTOLOGIA LAS VEGAS?
Partecipa al nostro gioco, bello bello in modo assurdo.
Las Vegas edizioni (www.lasvegasedizioni.com) ti mette a disposizione il suo scintillante casinò letterario e un gioco completamente gratuito per mostrare il tuo talento.
Il premio? Potrai essere uno degli autori della prossima antologia di Las Vegas!
REQUISITI: possedere un sito o un blog. (Non hai un blog? Quale migliore occasione per aprirne uno!)
ISTRUZIONI: per partecipare alla prima selezione devi:
1) pubblicare questo post (esattamente così com’è) nel tuo sito o blog. L’originale del post che devi ricopiare è qui [http://lasvegasedizioni.splinder.com/post/16142956/%21%21%21%21%21];
2) mandare a gioco(at)lasvegasedizioni.com l’indirizzo (l’url, quella cosa che comincia con “http://”) del post di cui sopra, più quello di un altro post – uno solo: quello che più rappresenta il tuo stile e la tua volontà di scrivere – che vuoi sia letto e valutato dall’arcigno croupier. Non inviare nessun altro tipo di materiale. Sul blog di Las Vegas edizioni, www.lasvegasedizioni.splinder.com, saranno indicati, via via, tutti i partecipanti;
3) aspettare nuove istruzioni.
TEMPI: la prima selezione terminerà quando avremo raggiunto materiale a sufficienza (la scadenza verrà annunciata con qualche giorno di preavviso sul blog di Las Vegas). Se avrai giocato le carte giuste, sarai contattato per partecipare alla seconda fase.
PREMI: il premio finale, al termine delle varie selezioni, è la pubblicazione nella prossima geniale antologia targata Las Vegas.
Signore e signori, fate il vostro gioco!

He vuelto. Esta vez en serio y sin ningún billete de avión reservado para los próximos dos meses. En mi sillón, como si fuera una señora mayor, desde las 6 de la tarde con una infusión de frutos de bosque. Vuelvo con unas ganas de italiano, aquel dialectal y rico, denso y un poquito sonoro. Vuelvo y veo las películas en español, con un grande empeño también en el inglés y con la curiosidad de estudiar otro idioma. Vuelvo con el deseo de la naturaleza, la que es real, hecha de mala hierba y ortigas omnipresentes. Vuelvo y voy a hacer la compra para tomar el curry, el cuscús, el comino y todas las especias con un contenido misterioso. Vuelvo con la clara demanda de mozzarella casertana, aunque tenga dentro dioxina. Vuelvo aunque las calles estén llenas de basura y en el gobierno haya ganado la derecha. Vuelvo con la urgencia de estudiar y de terminar mi “capitulo universitario”. Vuelvo aunque en los países extranjeros se diga que Italia está muriendo. Vuelvo para ver las estrellas, comer un maravilloso trozo de pizza y las sfogliatelle ricce. Vuelvo con una maleta muy pesada: meses inconscientes, como una aventura, aquellos momentos del tipo “esta noche salimos, quizás cuando volveremos, a qué hora y a quién conoceremos”, aquellos meses del tipo “cada día es una vida y quiero vivir de manera llena” o aquellos otros ratos de “entrar en la cocina, del piso donde vivo, y ver personas desconocidas dormir en el sofá”. Vuelvo y tengo ganas de conducir. Ninguna nube o vacío de aire, solo tierra ruda aunque haga daño a los brazos. Vuelvo con los mismos miedos que tenía hace un año, porque no es verdad que el tiempo y el espacio ayudan para todas aquellas cosas allí. Vuelvo. A IKEA para amueblar mi techo: alfombras, almohadas, y todas las cosas que gustan a una chica, como yo. Vuelvo a jugar con Google Earth y me encanta leer los nombres extraños de algunos lugares que hay en el mundo como Ophryosporus Paradoxus (en Chile). Vuelvo y reencuentro mi colección de tazas para el desayuno, mis amados Cd, y el usual desorden que detesta mi madre. Vuelvo con la conciencia de que nadie me podrá entender. Sin presunción o arrogancia. Vuelvo y voy a ayudar a la organización de una boda (la de mi hermano) y me siento totalmente inútil para elegir los colores de las cintas de las bomboneras. Vuelvo con una confusión de ideas que tengo que ordenar. Vuelvo. A casa. Ahora. Con ganas de quedarme. Y luego de irme otra vez. Si termino con la universidad. No sé dónde. Quizás no en Italia. Sí, me gustaría. Dentro de poco. Sólo por poco.
Sono tornata. Questa volta sul serio e senza nessun biglietto d’aereo prenotato per i prossimi due mesi. Sulla mia poltrona per l’appuntamento nonnesco delle 18 con l’infuso ai frutti di bosco. Ritorno con la voglia di italiano, quello dialettale e saporito, denso e un pò sonoro; ritorno e vedo i film in spagnolo, con uno sforzo immane anche in l’inglese e con l’idea bizzarra di studiare un’altra lingua. Ritorno insieme al desiderio di natura, quella vera, fatta di erbacce e ortiche onnipresenti. Ritorno e vado al supermercato a comprare curry, cuscus, cumino e quelle spezie dal contenuto misterioso. Ritorno con una esplicita richiesta di mozzarella casertana, alla faccia della diossina. Ritorno anche se le strade sono ancora costeggiate da immondizia e le elezioni sono andate nel peggiore dei modi. Ritorno per l’urgenza di studiare e di chiudere il capitolo universitario. Ritorno anche se all’estero si dice che l’Italia stia morendo. Ritorno per vedere le stelle, mangiare una favolosa pizza al taglio e le sfogliatelle rigorosamente ricce. Ritorno con una valigia pesantissima: mesi incoscienti, a tratti spericolati, quelli del “stasera usciamo, chissà quando torniamo, a che ora e chi conosciamo”, quelli del “ogni giorno è una vita e io voglio vivere a pieno”, quelli del “passeggiare da sola alle 4 del mattino” o di “entrare in cucina, quella dell’appartamento in cui vivi, e vedere persone di cui ignori l’identità appisolate sul divano”. Ritorno e ho voglia di guidare, niente nuvole o vuoti d’aria, ma solo terra ruvida anche se scortica le braccia. Ritorno con gli stessi e identici timori e dubbi di anno fa, perché non è vero che il tempo o lo spazio aiutano a...tutte quelle cose lì. Ritorno. Da Ikea per arredare il mio soffitto: tappeti, cuscini, tavolini bassi e gli oggettini tipicamente inutili che adorano le fanciulline come me. Ritorno a giocare con google earth, e rendermi conto che nel mondo ci sono paesini dal nome assurdo come Ophryosporus Paradoxus (Cile). Ritorno e ritrovo la mia collezione di tazze per la colazione, i miei adorati cd e il solito disordine che esaurisce mia madre. Ritorno con la consapevolezza che nessuno può capire. Senza presunzione o tono arrogante. Ritorno e mi ritrovo a “collaborare” per organizzazione di un matrimonio (quello di mio fratello), senza negare la mia completa inutilità a scegliere i colori dei nastrini della future bomboniere. Ritorno insieme ad una confusione di idee sovrapposte da ordinare e categorizzare. Ritorno. A Casa. Adesso. Con la voglia di restare. E poi ri-andare. Se mi laureo. Non so dove. Forse di nuovo al di là del confine. Sì, mi piacerebbe. Tra un po’. Solo per un po’.
11 aprile, ultima notte a Madrid.
Il compagno o il terzo marito. Ma a me piace pensare che la donna e il bambino bellissimo avvolti dalle braccia di quell’uomo, seduti davanti a me in un angolo di divano, mentre insieme battevano le mani e si solleticavano a vicenda davanti ad un trio di chitarre al Café Central,
fossero..fossero..sì, una Famiglia.


Madrid, 22 febbraio
Lavapies è come la calza della befana. Ci trovi il carbone, i torroncini e le gomme da masticare a forma di sigarette. Linea tre della metro, la gialla, oppure ci arrivi camminando tra i viottoli del
Nessun “posto consigliato” da lonely planet, né localini chiccosi con sito web coordinato. Mi dissero “vai in calle de…., in fondo sulla sinistra, non ci sono insegne, ma troverai una porta, bussa, ti apriranno e poi vedi”. Effetto da caccia al tesoro “acqua acqua, fuoco fuoco”, scoperta alla indiana jones o alla giovane marmotte, rifugi segreti da soffitta impolverata, nascondino, “indovina chi?”. Seguiamo le istruzioni, troviamo la strada, buia, priva di illuminazioni come i vicoli dei paesini di montagna. Il problema era la porta. Bussiamo qui..lì fino ad arrivare al fondo della strada; tra le fessure una luce rossa. Ennesimo campanello. Ci apre una ragazza, ci guarda e ci fa entrare. Il tutto senza scambiare una parola.
La camera è grande. L’occhio cade su un’altalena appesa ad un soppalco, quelle di corda con il sedile di legno; c’è un ragazzo seduto che penzola avanti e dietro. Noi ci accomodiamo su un sofà sgangherato, ci guardiamo in faccia con aria tra il “meravigliosamente impossibile” e il “il mondo è troppo bello perché è vario”. Ci sono un vari gruppetti di persone quasi tutti di colore. Chi gioca a dama, chi beve, chi fuma, chi suona, chi dorme o fa non so che.. Ogni angolo è riempito di cose bizzarre..come il cavalluccio della chicco, cestini di frutta, candelabro e poi. E poi nella stessa stanza una cucina..cioè un piano cucina dall’aspetto un po’ old e con un sacco di utensili, pentole e barattolini di spezie ignote. Ci avviciniamo, c’è lei, la ragazza che ci aveva aperto. Secondo me sarà stata cubana ma io ho l’istinto sfigato. Chiedo un thè verde, il migliore cha abbia mai provato, niente vassoi o cose alternative, tipo il thè della nonna con tante foglie di menta e messo in un bicchiere di vetro dalla forma tradizionale, come i barattolini della nutella. C’erano anche torte dall’aspetto invitante o succhi di arancia spremuta “a mano”.
La stanza non è pavimentata, non è chiccosa, ma è impregnata di storie e di avventure. Sa di clandestino, di top secret ma anche di libertà. C’è aria soffusa, un po’ romantica, aria vecchia, ma di valore, aria di sacrifici e di schifezze, di imbrogli e di gesti umili. Lo leggi, tutto questo, nello sguardo statico di un signore che intravedevo dal basso mentre lui, birra e sigaro in mano, stava sul soppalco privo di protezione. Un fotografo e uno scrittore impazzirebbero all’interno di quelle quattro mura.
Madrid, 18/02
Domani la mia stanza sarà occupata da un’altra persona, io mi sposto nella camera della compañera e per gli ultimi giorni mi accamperò da qualche altra parte. “Smontare” la tua stanza con un sottofondo di Jobim che quasi morente canta “Luiza” equivale ad essere totalmente stupidi e ad autopugnalarsi senza il benché minimo spirito di pietà. Dura pochi istanti fino a quando spegno il computer, apro la finestra e lascio passare il frivolo ritmo spagnolo dell’appartamento del piano di sopra. Mi do un tempo. Mezz’ora. Per spostare tutto nella valigia. Di nuovo, un’altra volta. Perché ogni cosa, a quanto sembra, prevede l’andata e il ritorno. O quasi. Due sensi dalla diversa intensità. E le pareti. Io non sopporto quelle bianche, fredde da atmosfera carceraria, graffiate dagli spigoli dei mobili. E ora sono ancora intatte. Mi pesa staccare le puntine colorate che mantengono le foto, le cartoline, i poster e i biglietti dai contenuti idioti che faranno da slogan a determinati momenti della tua vita.
Oggi apro l’ennesima confezione di lenti a contatto; uso quelle settimanali e mi resta solo un altro paio. E’ una cosa importante. Perché vuol dire che le prossime le comprerò in Italia. Perché vuol dire che che inizia il conto alla rovescia. Ma, senza prendere in giro nessuno, questo conto - perbacco - è come virus che automaticamente è entrato e ha iniziato la sua torbida azione già da molto tempo. Ho prenotato il biglietto di vuelta a Italia, ma per consolarmi varco, seppur per pochi giorni, il cielo portoghese. Pero’ oggi e’ oggi. Perche’. Perche’ iniziano i saluti e questa sarà la tipica serata strappalacrime. Che poi, data la fontana di Trevi incorporata, a me basta poco per far sciogliere il mascara. Per certi versi già vorrei stare in italia e sorpassare la fase degli “hasta luego” quando sai che in vari casi “luego” corrisponde ad un addio o, in termini più “poetici”, ad una “buona vita”. Sono cose queste che psicologicamente non reggo più di tanto e malgrado lo sforzo di inquadrare il tutto secondo un’ottica razionale ci casco sempre come una babbà. Io e una vecchietta di ottanta anni da questo punto di vista – e prego Maestro, metta un sottofondo di musica neomelodica napoletana- abbiamo la lacrima facile in comune. Ma d’altronde alcuni aspetti distintivi di una persona per quanto protesi al miglioramento sono difficilmente suscettibili a cambiamenti netti. Anche ai tempi della vacanze con mamma, papà e fratello a cui rompere le scatole, avevo i tic di acuto sentimentalismo. Tipo che l’ultimo giorno prima di ritornare in città dovevo, con tanto di poesia, salutare il mare e –mio dio che schifezze- riempivo le scarpe di sabbia naturalmente bagnata che avrei portato con me per tutto il viaggio di ritorno in macchina. Così, una volta rientrata a casa, avrei giocato sul balcone al “mare” (con la sabbia) e alla campagna (con la terra delle piantine di basilico)”…meglio di qualsiasi versione aggiornata di “mamma e figlia”!
In certi momenti –come questo, ad esempio- vorrei avere la freddezza del mio prof. di musica delle scuole medie. Entrava in classe con un “pace e bene fratelli” e poi, sguardo severo, silenzio che quasi faceva mancare il respiro e espressione impassibile perfino davanti ad una immaginaria suonata dal vivo della buon’anima di Gershwin .
Quindi, pareti a parte, ho svuotato la stanza rapidamente anche se ogni “pezzo” mi sembrava fosse fatto di cristallo finissimo. Quello che – dito sul bordo- riproduce un suono, una vibrazione delicata. Poi, per fare prendere aria al mio umore più down che up sono andata al circulo de bellas artes. Dentro c’è una sala da thè, una di quelle aristocratiche con sala immensa, affreschi sul soffitto e lampadari dalle 2000 lampadine. Ma a Madrid in questi posti ti senti a tuo agio anche con i jeans strappati. E ho visto una gran bella mostra fotografica, la “Madrid mirada”, ovvero la capitale spagnola vista da 14 fotografi stranieri: frammenti di metro, volti nascosti, luci frastagliate di Lei. La signora. Lei, un po’ alternativa, ma allo stesso tempo tradizionale. Poi protettiva. Cosi’ come osservatrice discreta. Lei, una folle o semplice “sperimentatrice”. Ovviamente chiassosa. Pero’ sorridente. E super organizzata. Ma anche sorprendente. A volte libertina. Ma sempre autentica. Quella che profondamente con tutti i sui organi Respira e Vive.
16 gennaio 2008
Dopo io e la compa ritorniamo a casa e mangiamo la casetta di cioccolata della torta di ieri notte. Ho le mie abitudini qui e ne vado ingenuamente fiera. La sera scendo a plaza de españa, le sue luci mi accompagnano mentre canticchio fino al mio rifugio-localino, uno di quelli carucci soft, con luce soffusa, atmosfera familiare, dalle parteti arancio alternate dall’esposizione di foto scattate con criterio.
Una la adoro, una donna, una pakistana dallo sguardo penetrante che catturerebbe il piu’ impassibile degli uomini. Prendo il mio the’ verde, accendo il portatile e c’e’ gente che osserva con discrezione. L’altra volta un uomo, lui, aria da intellettuale e istintivamente intreressante. Senza scambiare una parola ci gasiamo reciprocamente affidandoci alla voce di Shirley Horn. Anche lui al pc, io al tavolino accanto. Mi chiede se la connessione fosse anche per me lenta, annuisco, sorride. Mi avvicino al bancone per la mia ordinazione. Il barista e’ un ragazzo simpatico, un tipo che sicuro se ne intende di musica e che fa cadere il resto (le monete, dico) per terra perche’ pensa a fissarti negli occhi suscitando in me un leggero velo di imbarazzo. Prima di ritornare in Italia gli regalo un cd, uno di quelli con pezzi assurdi di Mile Davis o di Sarah Voughan. Non lo conosco e le nostre conversazioni si limiteranno al “un the’..quanto ti devo?” o a qualche tipica affermazione sulla cucina italiana ma l’idea di lasciare qualcosa di mio, solo per il gusto di farlo, senza aspettare una ricevuta di ritorno mi riempie.
E’ involontario ma queste sono le solite occasioni in cui dici “365 giorni fa...”. e ti immergi nelle immagini vissute come il regalo di quell'assurdo giro in macchina nella citta’ in cui pensi di conoscere ogni dettaglio e invece ne scorgi inediti angoli segreti, vedute soffuse e giochi di vento che accompagnano le risate di due persone che, complici, si integrano. 
Non ci tengo alle date, o per essere piu' precisa, alle date che mi riguardano. Eppure. Eppure sara' la Spagna o chissa' cosa, ma di oggi ricorderò le parole ricevute nel messaggio della mezzanotte, quelle di cui, malgrado la variazione spazio-temporale, senti ancora la purezza e l’affetto sincero. Perla rara, non falsificata, dal valore inestimabile che ho volontariamente allontanato ma di cui sarò sempre grata. Di oggi ricorderò di aver dormito insieme a un sacco di palloncini colorati e di aver ritrovato nella mia stanza, appena tornata a casa, i miei amici dalle molteplici nazionalità che a sorpresa mi hanno accolto e mi hanno stretto in un interminabile abbraccio. Ricordero' quelle folli di Anto, Vero e Sarah, compagne di zaino in spalla, della nostra alleanza italo-franco-domenicana che mi illuminano il viso e ricordero' Juanma, uno spagnolo dai gesti inediti che mi stupisce ogni giorno.
Il 24 non mi piace tanto, sa di un quarto di secolo, ma è pur vero che dico a mia madre che le rughe sono segno di vita vissuta, di energie impiegate e entusiasmi profondi. Ma il tempo si sa..e' solo una misura usata per stilare un resoconto degli obiettivi perseguiti. Ne ho tanti per certi versi troppi, ma -un inno all’umiltà- non sono di quelli impossibili. Molti sanno di curiosità e di sapori intensi. Altri di impegni e di sudate volute.
Devo fare un elenco e prendere nota. A ogni vittoria una bandierina.
Sembra una di quelle parole magiche che puoi usare per far fare ginnastica alle mascelle. Duemilaotto. Suona bene. Armonioso, completo e rotondo. Ha l’aria goliardica del clawn dalle scocche rosse e morbida come gli schiacciapensieri dalla forma malleabile. Per un minuto vige anche quella mania di onnipotenza, tu che puoi chiudere con quattro mandate quella porta ormai logora e bucherellata da tarli affamati e aprirne un‘altra. Dura un istante, sensazione strana quella di dire “oggi ricomincio” come chi affetto da una morte-resurrezione priva della pausa dei tre giorni decide di scatto, o semplicemente si sente di incominciare un secondo round. Come se si potesse.
L’ottimismo sta dalla mia parte e pure l’oroscopo: “questo, pay attention, è l’anno del…capricornooo, un principino verrà a prenderti insieme ad un datore di lavoro e non avrai più l’allergia!”..questo più o meno era il messaggio!
Che poi sono stata brava..ho sistemato tutto..o quasi: dopo appuntamenti frequenti tra polizia e carabinieri che non accettavano la denuncia spagnola, ho finalmente un duplicato della patente che mi permette di guidare in Italia, sono andata all’ASL (o..come si chiama ora?) per trovare un nuovo medico perché il mio, un tipo brizzolato drogato di camomilla che diceva che stavo bene anche con una febbre acuta a 40, sta in pensione, ho fatto una visita e sono svenuta perché mi hanno ficcato un tubo (un tubicino, era piccolo..insomma) che dal naso usciva nella gola, ho chiarito con me stessa situazioni remote e puff ho ripreso alla grande: oggi per esempio..è pur vero che ho comprato ai miei una guida di Madrid che nella sezione “bar e ristoranti” contiene i posti più chiccosi dell’Alaska (dico..dell’alaska) ma il mio ottico mi ha anche regalato una soluzione per le lentine e un souvenir simpatichello, la mia vicina è venuta a salutarmi con tanto di dolcetti e mentre stavo nel traffico la radio, dico la radio, mette Parker..sì Charlie.
Domani risalgo e porto i miei per qualche giorno in Spagna, sono curiosa dell’ora-passione in aereo (mio padre ha paura e il tutto, lui che legge attentamente le precauzioni di come funziona il salvagente e la mascherina per l’aria, è -lo so che sono cattivella- buffissimo) e di riprendere da lì. Così ho più idee bizzare quando tornerò qui.
Basta poco a sentirsi fuori luogo e avvertire sulla pelle un taglio di freddezza che irrigidisce lo sguardo e ti rende “diverso”; perché tu non puoi, perché tu per motivo o per un altro ti allontani dagli standard anche nella società progredita dell’apertura e dello scambio e ti senti scomodo perfino nella poltrona più confortevole e ergonomica del mondo.
Per capirne di più, cliccate qui o, per i più curiosi, confido in un salto in libreria o in un'ordinazine on line. Ci tengo a precisare che una parte del ricavato sarà devoluta alla Fondazione Antonio Valentino, impegnata nello studio delle cardiomiopatie familiari aritmogene.
So solo che mi sta risucchiando quest’orologio che stringe la gola e che stasera volontariamente mi sono data all’asocialità per fermarmi un istante, solo un minuto per una sosta.
Le giornate sono piene, troppo per fermarsi a pensare e non riesco neanche a sistemare le idee per buttare qualche parola dal senso compiuto su carta e penna. Stasera time out- è un ordine. Voglio capire cosa significa andare a dormire a l’1 di notte e svegliarsi alle 8, bere il latte per colazione e la pasta per il pranzo. Solo domani e, se ci riesco ..diamine se ci riesco, magari porto anche a termine uno dei millecinquecento punti- quelli che scrivi sulla pagina “urgente” dell’agendina di carta-. Perché sto vivendo senza sosta, ma mi sento anche come un pesce lesso che sta affogando. Dico. Non sono il presidente della repubblica e neppure la sua segretaria, ma non trovo un minutino per rispondere alle mail di due mesi fa, né collegarmi su messenger e chattare con chi educatamente mi contatta, né a fare una spesa decente, né a studiare, né a scaricare le 1500 foto, né a scrivere sul quadernetto verde, né a trovare un ostello per i miei, né a ricaricare il cellulare, né a dare segni di vita a chi ha ancora la pazienza di sopportarmi. Ergo, mistero della natura, cosa effettivamente stia combinando non lo so.Novembre tutto d’un fiato. Abbiamo dormito in 12, tra letti, divani, sedie pavimenti e materassini per il mare. Ma alle 22e30, tutte e dico tutte le sere ceniamo in 30. E la cucina è piccola, quindi ci si ficca dietro la porta o sulla coscia della coscia dell’amico che deve fare attenzione a non muoversi troppo. E la mia stanza e quella della companera diventano i saloncini,sale relax per la pre-uscita notturna/mattutina delle tre.
Ovvio che a casa non si può studiare, né leggere, né vedere la televisione, né cosa ancora più ovvia dormire. Semplice, c’è troppo casino. Quindi, sarà pure un’americanata ma finisco a studiare al secondo piano di starbucks, quello sotto casa, sulla mia poltroncina rossa davanti ad una finestra che affaccia sulle luci della gran via. Io, con il caffè lungo e brodoso che mi riscalda le mani, la musichetta che crea atmosfera, e le persone che si concedono una pausa-lavoro o come me trovano in bar, sì in un bar, un momento di piacevole concentrazione. Potrei andare in biblioteca, c’è ne una che ho visto da brividi,ma dal giovedì capita che mi alzo alle 14 e per un effettivo guadagno di tempo, vado al posto più vicino a casa mia.
Inizio a riempire la stanza di post colorati, di frasi che diciamo quotidianamente, e di foto che immortalano ricordi. Non ci sono regole qui e, brutto a dirlo, sto entrando nel ciclone.
Penso ai brasiliani, per cui ho perso la testa. Noi simpaticamente ci chiamiamo “fratelli”.
E lo sapevo che alla fine avrei scritto di loro perché ho un pensiero fisso che mi accompagna tutti i momenti. E’ l’idea di non vederli più, di non sentire il loro rientro a casa, e gli abbracci, e gli inciuci, e le storie di vita, e le cene, e i “buongiorno piccolina” e i “scema, que haces?” e le loro chiacchierate in un portoghese che non comprendi ma che ti fa innamorare e il loro modo di essere protettivi e “ cri, mi apri la bottiglia di pomodori?” e “cri, salimos?” e “cri, trabajas esta noche?”.
Entrano nella tua vita così all’improvviso dal 5 di settembre, everton e cristiano, i miei brasiliani, quelli bellissimi che ti sorprendono con le piccole cose, che ti prendono in giro e che ti trattano come la sorellina più piccola, quelli che ti spegnono la luce del bagno mentre ti lavi i capelli, quelli che ti aprono ad un’altra cultura e ti fanno assaggiare una bevanda strana che sa di non so che e che cucinano per 30 persone. Quelli che malgrado lo sfratto della casa hanno deciso di restare con noi, quelli che mi chiedono se va tutto bene, quelli degli sfottò e dei segreti-segreti come i bimbetti di 10 anni e che sfotti ogni volta che combinano qualcosa con una ragazza. Quelli di cui mi fido, che vorresti fare di tutto per non farli andare via e che ogni sera quando torni dall’università non vedi l’ora di abbracciare. Quelli di cui in soli tre mesi ti sei affezionata perché sono diventati il tuo piccolo mondo, in una realtà che non è tua. E ci penso
perennemente al 13 e al 19 dicembre quando Cri e Everton torneranno in Brasile. E non si tratta di Londra o Parigi o Lisbona ma un’altra parte del mondo non immediatamente raggiungibile ed è questo che mi frega. Questo. Mi sembrò una sciocchina alla Maria De Filippi che pensa che a gennaio quando rientrerà dall’Italia sentirà la casa vuota e non potrà più aprire la porta della loro stanza per stare semplicemente lì a guardarli e perdersi nei loro gesti e dovrà accontentarsi delle canzoni ascoltate, delle foto scattate, di chiamate a bruciapelo, di cartoline e di chattate insipide. Ma questa, come ogni cosa, è l’altra faccia della medaglia.
Le ho viste, minute e affiatate. Quelle che in estate ti regalano un soffio di freschezza e in inverno ti avvolgono in un alone di calore. Domenica notte, dal finestrino nel viaggio di ritorno a casa le ho divorate e le ho toccate. Perché anche nel buio dell’Andalusia le stelle sono sempre le stesse.
A casa, a Madrid, quella un po’ scarrupata al terzo piano di un palazzo dalle scale in pendenza come la casetta di alice del paese delle meraviglie. Meno colorata, poco luminosa e con una cucina ante guerra effetto bronx, ma che sento mia, più che mai anche se tutto questo sfiora il paranormale. Mia con le voci dei miei gioielli brasiliani, con la televisione perennemente accesa del tedesco e con le sbornie dei francesi. Mia con le risate, i lamenti, le comunicazioni inter-stanza, le abbuffate post-serata con la companera italiana. Casa internazionale più che mai. Sette disgraziati in un piso (appartamento) nel centro di una città che mi avrà anche sfrattata e derubata ma, gran ruffiana, si sa far perdonare con gran classe e una dote indescrivibile di ironia. Sette qualche volta, ma è ovvio che in una casa di giovani fanciulli ognuno ha l’amichetto/a da portare a casa e quindi –magia- facilmente diventiamo in 14. E se gli amichetti/e sono due diventiamo 21. E si fa baccano! E si sta in silenzio e ti rinchiudi nella tua stanza per chiederti che la vita da mina vagante ti piace, ma ti piace fare la mina vagante con le radici, quelle che un po’ secche hai lasciato di là…in quell’italia tanto bella e amata ma che ora scacci volontariamente tanto da non trovare il coraggio di comprare quel dannato biglietto natalizio madrid napoli. I prezzi aumentano costantemente e ogni giorno posticipo, fino a optare qualche altra destinazione come Lisbona o non so che altro.
E provi a metterle qui le radici in un tempo che corre e gareggia con te. Tu lo cerchi..lo pretendi, anche quello per fare la spesa o per scrivere un post ,ma fugge, odioso. Io vado più lenta e vivo di piccole cose che un giorno vorrò raccontare a chissà chi.
E’ bello. E lo potrei scriverlo cento volte su un muro sudicio, ma è così bello senza se e senza ma. Ho dei ritmi sballati. Ora sono le tre del mattino ma incosciamente sono le 17 del pomeriggio. E’ presto e non è ancora ora di dormire, qui si vive la notte, quella degli edifici imponenti che illuminati ti fanno da body guard, dei localini perennemente aperti e dei ragazzi che spensierati vanno in giro senza limiti spazio temporali. E dal giovedì c’è una gran movida fino alle 5 alle 6 alle 7 del mattino, come l’ultimo giorno dell’anno. Si cammina, si va in giro, ci si conosce e ci si addormenta sul divano della casa di un tipo che non conosci. Io, proprio quella che si svegliava alle 5 e mezza per studiare, ho cambiato necessariamente le lancette dell’orologio e inizio ad abituarmi. Piacevolmente. Senza pregiudizi.
Mi vizio con tanto di sveglia alle 10e30 per correre all’università. Ho lezione sempre il pomeriggio, spesso fino alle 20. E la metro, un’ora per raggiungere il campus, è un pozzo di cultura. C’è il tipo panciuto che la mattina ti regala il motivetto suonato con un sax old version che canterai tutta la giornata. Ti entra nelle orecchie e ti fa saltellare tra uno scalino e un altro. Un buongiorno che qualsiasi principino di alta società vorrebbe avere, un continuo cambio scambio di battute, parole, sguardi, saluti, hasta luego e movimenti buffi quanto non codificabili. E io la adoro questa metro dai lineamenti blu..e, quando non mi addormento, ficco il naso nel giornale del tipo accanto a me, mi intrufolo nei discorsi, ascolto attentamente ogni singola parola, la trovo sul vocabolario e la trascrivo sul quadernetto verde. Conosco un argentino di 50 anni, che simpaticamente corregge il mio spagnolo, poi una bimbetta che mi tira i capelli, e il chico che esce ubriaco prima ancora di entrare in un locale. E gli artisti di strada quelli per cui impazzisci solo a vederli, a sentirli, a entrare in un ritmo che ti muove tutta, ti gasa, ti alza da terra. E vorresti parlare con loro, fargli dei complimenti, bere un caffè o magari offrire una cena. A tutti, quelli dell’orchestrina, o agli indiani a sol, quello del violino, quelli dei boghetti che al parco del retiro la domenica pomeriggio fanno uno spettacolo da dio. E’ una città che non ti dà pace e che ti regala un sorriso 24 ore su 24 e che ti offre todo lo que quieres. O forse è l’impressione dei primi tempi. Ho trascorso un finesettimana ricco di colori. A seviglia e cordoba, città incantate che tocchi con le mani, quelle che vedi per televisione, e che sembrano utopiche. E mi sono divertita. A ballare, a fare colazione dopo 1 ora di nanna, a parlare spagnolo, a mangiare i chupirones, a vedere cavalli per la strada e biciclette da affittare, a bere, a fare pessime figure, a cantare a squarciagola, a stare con 50 persone di tutto il mondo, a viaggiare in autostrada, quella con un paesaggio surrealistico con terre brune dai confini invisibili e un cielo azzurrissimo-azzurrissimo privo di nuvole. Ma quando sono ritornata a plaza de espana, a Madrid ,avvolta tra le luci della gran via ho respirato aria, quella che ora è la mia aria e che mi piace chiamare così. Non mi do una spiegazione, ma da sola o in compagnia, qui sto bene. Cacchio.
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